Operai clandestini sfruttati, pagati pochi euro e costretti a lavorare nei campi e negli allevamenti: fermata un'associazione a delinquere
L'intervento del veronese da parte dei carabinieri, i lavoratori clandestini dormivano in abitazioni fatiscenti, casolari abbandonati, occupati spesso in modo abusivo

VERONA. Sfruttati e costretti a vivere in strutture fatiscenti. E' un caso di caporalato quello che le indagini hanno portato a galla nel Veronese e che ha visto due persone arrestate e quattro indagate.
I lavoratori venivano prelevati dai “caporali” con i furgoni nelle prime ore della giornata (tra le 3 e le 4 ), lungo le strade o in piazzole delle aree di servizio, nei comuni di Legnago, Cerea, Roverchiara, S. Bonifacio, Arcole e Bovolone e condotti nei vari luoghi di lavoro e venivano pagati con pochi euro all’ora.
I lavoratori clandestini, che dormivano in abitazioni fatiscenti, casolari abbandonati, occupati spesso in modo abusivo, in vari comuni veronesi, venivano pagati in contanti con cadenza settimanale, a volte anche meno di quanto pattuito oralmente; inoltre, erano costretti a lavorare in ambienti spesso malsani, pieni di escrementi (allevamenti di animali) senza i necessari dispositivi di protezione individuale.
Uno scenario terribile che ha visto l'intervento dei carabinieri della compagnia di Legnago e del nucleo carabinieri dell'ispettorato del lavoro di Verona che hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare nei confronti di due persone poiché entrambe gravemente indiziate dei delitti di “associazione per delinquere finalizzata alla intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro”.
Le investigazioni hanno avuto inizio nel novembre del 2022, quando un cittadino marocchino si presentò alla stazione dei carabinieri di Cerea per denunciare il proprio sfruttamento lavorativo, in ambito agricolo, e quello di altri connazionali, ad opera di un'altra persona sempre di nazionalità marocchina, che gli aveva fornito anche un furgone, con cui il denunciante doveva accompagnare a lavorare anche altri stranieri, molti dei quali privi di permesso di soggiorno.
Le indagini sono partite immediatamente e hanno permesso di documentare e consolidare quanto denunciato e, nello specifico, di ricostruire una vera e propria organizzazione ben strutturata, con la suddivisione dei ruoli tra i soggetti inseriti nell’organizzazione e dedita al fenomeno del “caporalato”.
In particolare, il titolare della società a responsabilità limitata, un 40enne marocchino residente ad Arcole, raccoglieva gli ordini da parte delle aziende avicole, industriali ed agricole e, con l’aiuto di una sua collaboratrice, una 42enne italiana residente a Sona, sceglieva gli operai da inviare sui luoghi di lavoro richiesti. In tale attività l’uomo veniva aiutato da alcuni “caporali”, sempre cittadini marocchini, i quali erano perfettamente consapevoli del fatto che gli operai che portavano sui luoghi di lavoro fossero privi di contratto e coperture assicurative, nonché clandestini nel territorio nazionale.
Un uomo di 40 anni, gestore della società che si occupava dei lavoratori, è stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre per la donna sono stati disposti gli arresti domiciliari.













